Il Barocco leccese nasce tra XVII e XVIII sec., nel periodo
in cui i vescovi fanno di Lecce una città-reggia, sul
modello della Roma dei Papi. Lo stile leccese per eccellenza
prende quindi forma nel periodo della Controriforma e della
fondazione dei nuovi ordini religiosi riformati (Teatini e
Gesuiti), che rispondono alla necessità della Chiesa
di Roma di riconquistare terreno su vasta scala, soprattutto
attraverso l’ostentazione delle forme del potere. Il
Barocco leccese non recepisce la rivoluzione dei concetti spaziali
che era alla base del Barocco romano, ma si presenta più che
altro come un Barocco sui generis, tanto da poterne usare il
termine solo se in relazione al carattere esuberante ed esagerato
della decorazione che, più che rivestire, maschera le
strutture. Le complesse decorazioni delle facciate di chiese
e palazzi restano uno scenografico apparato di superficie,
fatto di cornici e trabeazioni, cariatidi e telamoni, trofei
di fiori e frutta, puttini e maschere. La fantasia, o meglio,
l’esuberanza visionaria degli scalpellini, fu resa possibile
dall’impiego della tenera pietra leccese, una pietra
tufacea facile da lavorare e intagliare. Col passare del tempo,
questa pietra si indurisce e assume quel particolare colore
ambrato del quale Lecce fa bella mostra di sé nelle
stellate sere estive. L’uso di questo materiale decorativo
e da costruzione, che veniva bagnato con latte intero per renderlo
più resistente agli agenti atmosferici (in particolare
pioggia e umidità), sopperiva alla mancanza di marmi
e pietre dure che arricchivano chiese e palazzi dell’allora
capitale del Regno, Napoli. Descrivere tutti gli edifici e
i monumenti che compongono la Lecce barocca è impossibile,
ma non si può prescindere dal citarne alcuni di risonanza
internazionale, la Basilica di Santa Croce, con l’annesso
ex convento dei Celestini e Piazza Duomo, considerata tra le
più belle d’Italia.
Basilica di Santa Croce
La facciata della basilica, concepita come un gigantesco
altare, concentra le espressioni elaborate da diverse generazioni
di architetti nell’arco di circa un secolo: Gabriele
Riccardi nell’ordine inferiore e Cesare Penna nella
parte superiore, con successivi interventi di Francesco
Antonio e Giuseppe Zimbalo. Il Riccardi, nel 1582, conferisce
un forte senso prospettico all’ordine inferiore,
messo in risalto da una ricchissima trabeazione. Su quest’elemento
s’imposta una balconata retta da mensole-cariatidi
che simboleggiano il paganesimo schiacciato dalla forza
del credo cristiano. Il secondo ordine della facciata è dovuto
all’intervento, nel Seicento, di Cesare Penna e Giuseppe
Zimbalo, architetto egemone in terra salentina dopo aver
fornito prova delle sue capacità nella sistemazione
del cortile del Vescovado, l’attuale Piazza Duomo,
riorganizzato per volontà e su indicazione del potente
vescovo napoletano Pappacoda. La parte superiore della
basilica è, nella sua interezza, il simbolo del
Barocco leccese; trionfi di fiori e frutta, ghirlande e
puttini trattengono lo sguardo, suscitando nell’osservatore
continue sorprese e meraviglia.
Ex convento dei Celestini
L’ex convento dei Celestini vede l’intervento
degli Zimbalo e di un altro grande architetto leccese, Giuseppe
Cino, che interverrà anche nel palazzo del Seminario
in Piazza Duomo. Il complesso architettonico della chiesa
e del convento rappresenta il momento più alto della
singolarissima vicenda artistica salentina, proprio quando
questa si distacca dalla sudditanza alla cultura spagnola
e afferma una personale marca stilistica, data dall’elaborazione
di influssi secolari stratificatisi in queste zone.
Piazza Duomo
Il cortile del Vescovado è una sorpresa che si apre
improvvisa agli occhi dell’osservatore. Costruito nel
XII sec., l’angusto cortile divenne banco di prova
dei più celebri talenti leccesi del XVII sec., quando
il potente vescovo Pappacoda e i suoi successori fecero di
Lecce una piccola reggia, simbolo di prestigio personale,
una città uniformata allo stile di vita dei vescovi,
tanto da essere conosciuta anche come “città delle
chiese”. I motivi decorativi, l’esuberanza dei
festoni e delle ghirlande di fiori e frutta, le greche e
gli stemmi, si addicono alla decorazione interna, ma è proprio
per questo che tante piazze leccesi appaiono quasi come saloni
a cielo aperto. La pietra leccese assume colori e giochi
chiaro-scurali che variano al variare della luce e se di
giorno Piazza Duomo “acceca” con i suoi bagliori
dorati, di sera incanta con il calore che emana e per il
contrasto spettacolare tra il colore ambrato degli edifici
e il blu serico delle notti estive.
San Matteo
Un contrasto di linee tra i due piani della facciata, che
si presenta convessa all’entrata e concava al piano
superiore, caratterizza la chiesa di San Matteo, unico esempio
di Barocco romano, sullo stile concavo-convesso adottato
da Francesco Borromini nella chiesa romana di San Carlo alle
Quattro Fontane. L’architetto Achille Larducci, venuto
da fuori, fece in tempo a realizzare solo questa chiesa poiché fu
ucciso a Lecce stessa e la sua lezione si estinse. La vicenda
si tinge di forti connotazioni simboliche; l’unico
architetto (un forestiero) in grado di mettere in discussione
il Barocco leccese, influenzandolo con lezioni venute da “fuori”,
trova tragica fine proprio a Lecce.
SCRITTO DA PASCA EMANUELE
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